INDIA 2014

Io e Lucrezia abbiamo programmato questo viaggio due anni prima. L’istituto di Yoga, infatti, necessita di una prenotazione con largo anticipo, viste le numerose richieste provenienti da tutto il mondo. Un viaggio che abbiamo sognato da tempo per vari motivi, il più importante dei quali era quello di conoscere il fondatore del sistema di Yoga che pratichiamo e insegniamo da anni, BKS Iyengar. Atterriamo a Mumbai di sera tardi, l’aeroporto è gigantesco e fuori ci sarebbe dovuto essere un tassista ad attenderci. Purtroppo non c’era nessuno, ormai era passata la mezzanotte e non sapevamo come contattarlo. Gli assistenti aeroportuali ci hanno aiutato e sono inspiegabilmente riusciti a contattarlo, dicendoci di stare tranquilli che sarebbe arrivato a breve. Dopo più di un ora è arrivato questo tizio che ci ha prelevati con una berlina e, senza parlare una parola di inglese, ci ha scarrozzati per le strade indiane in direzione PUNE. Il viaggio di 150 km dura 4 ore (se tutto va bene); le strade sono continuamente interrotte da tratti sterrati e fangosi, supertrafficati a qualsiasi ora. Gli Indiani guidano in maniera spericolata, ma stranamente si vedono pochi incidenti in giro. Il primo giorno, appena svegli, ci fiondiamo al RAMAMANI IYENGAR MEMORIAL YOGA INSTITUTE (RIMYI), carichi di entusiasmo e di emozione. Entrare in quel luogo è stata un esperienza incredibile. Superato il cortile di ingresso, sulla sinistra si trova una palazzina a due piani che ospita la famiglia Iyengar, mentre a destra c’è l’ingresso dell’istituto, un edificio a tre piani di forma piramidale che fu costruito sul finire degli anni 70. Nell’atrio all’interno è pieno di cimeli di Guruji, premi, riconoscimenti, foto, statue, quadri. Visto l’orario, decidiamo di assistere ad una lezione al primo piano, solo come osservatori. Il primo piano è il cuore pulsante dell’istituto.Una grande sala con pavimento in marmo, un palchetto per l’insegnante e tantissimi attrezzi di legno con cui Guruji ha sperimentato nuovi modi di praticare lo Yoga. Le pareti, in alto, sono completamente ricoperte da foto che ritraggono Guruji nelle più svariate e splendide Asana, fonte di grande ispirazione e rispetto. C’è un grande rigore all’istituto, tutti si devono muovere in fretta, capire al volo le istruzioni (in inglese con pronuncia indiana) ed eseguire le istruzioni impartite, altrimenti si viene rimproverati pubblicamente davanti ad una platea di un centinaio di praticanti. Questo atteggiamento stimola l’attenzione e permette di acuire i sensi. Non c’è posto per le distrazioni, la pratica dello Yoga richiede grande presenza e concentrazione. Se non ci sono questi requisiti, non si tratta di Yoga. I giorni successivi cominciamo a prendere parte alle lezioni, insegnanti diversi a orari diversi. La classe che ci viene assegnata è quella tenuta da Prashantji, il figlio di BKS Iyengar, alle 7 del mattino. Due ore di profondi insegnamenti filosofici, che riusciamo a comprendere solo in minima parte a causa delle difficoltà linguistiche e dei lunghi Sirsasana con variazioni… Poi c’è la pratica personale, al pomeriggio, in cui ognuno può utilizzare la sala per approfondire i concetti studiati a lezione. E’ una situazione bellissima quella di praticare in una sala piena di gente proveniente da tutte le parti del mondo e unita nella stessa grande passione. Nel tempo libero iniziamo a conoscere l’India, spostandoci nei Rickshaw, ovvero delle Api con tetto di tela che ti scarrozzano in lungo e in largo per poche rupiae. Il mercato di Laxmi road è la parte più folcloristica della città, brulicante di vita e di colori. A ogni angolo ci sono venditori di frutta su piccoli carretti, le strade sono ricolme di piccole attività commerciali che vendono di tutto, i marciapiedi ospitano calzolai, fabbricanti di bracciali, gente provvista di bilancia pesapersone, riparatori di ombrelli e altri mestieri che da no isono ormai scomparsi da tempo. Il traffico è assordante, c’è un abuso indescrivibile nell’uso del clacson. La vita Spirituale si respira continuamente, la città è stracolma di templi di tutte le misure, da quelli piccoli agli angoli delle strade, a quelli grandi costruiti sulle colline, fino a quelli “transitori”, enormi costruzioni in legno che vengono montati (e poi nuovamente smontati) per particolari occasioni, come la festa del Dio Ganesh il 29 agosto. La devozione degli abitanti è palese in ogni ceto sociale. Le auto sono tutte provviste di mini-altarino da cruscotto, le attività commerciali sono ricolme di immagini sacre, i templi sono sempre pieni di gente raccolta in preghiera. Le strade sono piene di carretti che vendono ghirlande di fiori da offrire alle varie divinità del pantheon Hindu. Non è raro trovare le mucche che passeggiano sui marciapiedi, come fossero cani, oppure comodamente sdraiate al centro di carreggiate di strade supertrafficate, senza che nessuno si meravigli di nulla o faccia qualcosa per spostarle. Le mucche sono oggetto di grande rispetto; molti templi sono dedicati a loro. La gente per strada le nutre con frutta e altre cibarie. In città convivono anche maiali, corvi, scoiattoli, pappagalli, topi e cammelli! Inoltre la vegetazione è rigogliosa come quella di una foresta tropicale. Gli alberi, le palme e le canne di bamboo sono enormi e ricoprono le strade di ogni parte della città. Dalle nostre camere a ogni ora del giorno e della notte si sentiva un concerto di versi di ogni tipo di uccello, una musica che ci ha accompagnato per tutto il periodo e che credo ci mancherà. In città coesistono ricchezza e povertà. Ci sono le grandi ville di Koregon Park, la zona dove sorge l’ashram di Osho, le case coloniali di stile inglese, i palazzoni popolari e lo “slam”, ovvero una baraccopoli fatta di muri e tetti di lamiera che accolgono intere famiglie e/o attività commerciali. Le persone ancora più povere vivono al margine del fiume, sotto un telo che serve solo a ripararli dalla pioggia. Ciononostante abbiamo avuto l’impressione che la criminalità non esistesse. Il tempo assume una dimensione diversa in India. La puntualità è un concetto in fase “di sviluppo” e abbiamo avuto non poche difficoltà negli spostamenti da e verso l’aeroporto. Gli Indiani ci hanno dato l’impressione che il lavoro non fosse la loro priorità; molti rickshaw si rifiutavano di portarci in giro perché dovevano pranzare o riposare. Molti venditori ambulanti non ci davano ascolto mentre eravamo impeganti a scegliere le taglie dei vestiti perché stavano giocando al cellulare o discutendo con un amico. Dopo il primo periodo di adattamento, abbiamo preso il lato positivo di questo atteggiamento “slow” e ci abbiamo fatto l’abitudine. Non bisogna mica vivere per lavorare 🙂 !! Ogni volta che entravamo all’istituto davamo una sbirciata in casa Iyengar nella speranza di vedere Gurji; una mattina lo abbiamo visto seduto fuori dalla porta d’ingresso ed è stata una grande emozione! Un altra mattina era sdraiato su una poltroncina, ci siamo avvicinati e lo abbiamo salutato portando le mani giunte alla fronte e lui ci ha salutati con un gesto della mano che non dimenticheremo mai! Quella, purtroppo, è stata l’ultima volta che lo abbiamo visto. Un pomeriggio, mentre entravamo nell’istituto, abbiamo visto un ambulanza circondata dai membri della famiglia Iyengar e la sua sedia vuota… Lo stavano portando in ospedale per delle complicazioni respiratorie che non stavano riuscendo a curare a casa. Guruji, infatti, si rifiutava di farsi curare in ospedale e aveva deciso di farsi seguire a domicilio dal suo medico di fiducia. Fino a quando le sue condizioni non sono peggiorate. Nei giorni seguenti c’è stato grande movimento nell’istituto, ma la famiglia ha richiesto grande riserbo. Poi la triste notizia la mattina del 20 agosto, Guruji si era spento nella notte. La mattina stessa abbiamo reso omaggio al nostro Maestro, il cui corpo era stato trasportato in casa. Entrare in casa sua è stata un ulteriore grande emozione. Guruji era disteso a terra, su una semplicissima barella fatta di canne di bamboo. Nella stanza, oltre alla sua salma avvolta in un telo bianco, c’era il suo unico figlio maschio, Prashant, seduto a gambe incrociate sul pavimento accanto al padre. Nonostante il grande successo, Guruji conduceva una vita semplice; in casa sua niente lusso e sfarzo. Nel pomeriggio i rituali proseguivano con una Pooja e poi con la cremazione. Quando ci siamo recati al “cimitero”, ci siamo accorti che non c’erano tombe e cappelle, ma solo tante fosse in cui cremare i defunti. E’ stata una visione forte che ci ha fatto riflettere molto. Il corpo di Guruji è stato trasportato a spalla dai parenti maschi e dai Bramini accanto alla fossa di cremazione. Una folla di parenti, amici, seguaci, studenti, gente dello sport e dello spettacolo, politici e giornalisti hanno preso parte ai rituali, recitando gli shanti mantra (Om poornamadam, poornamidam, poornat poornamoodachyate, poornasya poornamadaya, poornameva vasyshyate, Om Shanti Shanti Shanti) e le altre formule che suggeriva il sacerdote. Il suo corpo è stato ricoperto di ghirlande di fiori, ghee e oli. Prashant ha effettuato tre giri intorno alla salma del padre trasportando una grande anfora ricolma di acqua che alla fine ha gettato in terra, rompendola. Il rituale era ricolmo di significati simbolici che purtroppo non abbiamo compreso e si è concluso con la cremazione. Non appena il fuoco ha iniziato ad ardere, gli Indiani si sono dispersi, per loro il rito era compiuto. Gli studenti occidentali, sconvolti, sono rimasti ancora un po’ a rendere omaggio a quel sacro fuoco. Nei giorni seguenti sappiamo che parte delle sue ceneri sono state disperse nel fiume. All’istituto, invece, hanno allestito un piccolo altare davanti al quale si poteva meditare e pregare silenziosamente. Un atmosfera straordinariamente carica di emozione. Nonostante tutto il clima è rimasto sempre molto sobrio; gli Indiani non mostrano lacrime e disperazione, forse la diversa concezione della morte li aiuta a viverla differentemente da noi occidentali. Da questo viaggio ne usciamo profondamente arricchiti sotto molti punti di vista. L’India non lascia indifferenti. Frequentare quei luoghi è già di per sè un’esperienza trasformatrice. Anche se non abbiamo avuto la fortuna di praticare accanto a Guruji, abbiamo respirato la sua presenza in ogni luogo dell’istituto, in ogni attrezzo, in ogni libro, in ogni parola del figlio e degli altri insegnanti. Guruji ci ha accompagnato per queste tre settimane come se fosse stato al nostro fianco. Siamo veramente grati per aver potuto partecipare a tutto questo. Lo porteremo per sempre nel cuore e ne faremo testimonianza con i nostri allievi.
Hariom, Namastè!

 

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